Ci sono amicizie che nascono davanti a un caffè, altre durante un viaggio. Questa, invece, è nata un pomeriggio qualunque, tra vasi di piantine e profumo di terra bagnata. Federica lavorava in un vivaio quando, quasi per caso, ha fermato e “agganciato” Mattia, intento a scegliere alcune piantine per il suo ristorante. Un incontro semplice, spontaneo, destinato però a lasciare il segno.
Federica e Fabio coltivano circa un ettaro di terra a Rapallo, nella zona di San Massimo. Un luogo complesso, tutto terrazzato, modellato nei secoli da mani contadine che, pietra su pietra, hanno costruito muri a secco con un unico obiettivo: il sostentamento. Nessuna agricoltura eroica da raccontare, perché l’eroicità vera appartiene alle generazioni passate. Oggi, su quelle stesse superfici, crescono ortaggi, ulivi, api, galline, asini, capre e persino una vacca di razza Cabannina, Biglia, in dolce attesa.
Il loro progetto è chiaro, servire la comunità locale con ciò che la terra offre, senza forzature, senza chimica di sintesi, seguendo una visione fatta di rispetto, fatica e coerenza.
Quando Mattia viene invitato a visitare gli orti, l’idea iniziale è quella di un semplice incontro conoscitivo. Forse l’ennesimo chef alla ricerca di una “connessione” da raccontare in menu. Ma bastano pochi passi tra i filari per capire che non è così. Mattia osserva, annusa, assaggia, tocca. Fa domande, tante. Troppe per chi è lì solo per apparenza. Il contatto con la materia è autentico, viscerale.
Nel giro di mezz’ora sono già seduti attorno a un grande tavolo di legno, agenda alla mano, a parlare di semine, varietà, tempi e quantità. Da quel momento in poi, l’autunno e l’inverno scorrono tra progetti e visioni condivise. Nasce così un orto pensato insieme, da cui Mattia Pecis avrebbe attinto per costruire i suoi menu, pomodori in 22 varietà, zucchine di ogni colore, melanzane, cetrioli, insalate, bietole. Un dialogo continuo tra la cucina e la terra.
Senza rendersene conto, Fabio e Federica stanno dando un nuovo senso a quei terreni, da campi che nutrivano famiglie contadine, a risorsa per una comunità cittadina, fino ad arrivare alla ristorazione di alto livello. Un percorso lungo quattro o cinque generazioni che oggi trova una nuova voce.
Per loro, l’agricoltura è proprio questo, prendere dal passato tecniche sostenibili, reinterpretarle nel presente e restituirle sotto forma di cibo sano, pulito e vero. La sfida più grande? Riuscire a creare qualità per l’alta ristorazione, senza perdere l’accessibilità e il legame con le persone.
Un’amicizia nata per caso, cresciuta con metodo e rispetto. Proprio come le cose migliori.