Un piccolo segreto, una chicca di quelle che ti fanno sentire privilegiata solo per il fatto di averle scoperte. L’Hotel Hermitage è così, discreto, elegantissimo, affacciato sull’Arno con una vista così perfetta da sembrare irreale. Ponte Vecchio è lì, a portata di sguardo. Il Corridoio Vasariano quasi ti sfiora. E tu ti chiedi come sia possibile che non tutti ne parlino continuamente.
Appena entri nel salottino capisci che non sei in un hotel qualsiasi. C’è quell’atmosfera sospesa tra un film di James Ivory e una scenografia studiata nei minimi dettagli da Wes Anderson. Boiserie in legno, poltrone in pelle, un honesty bar che invita a versarsi qualcosa con naturalezza britannica. Perché sì, l’Hermitage nasce proprio come residenza per inglesi in villeggiatura, non come hotel tradizionale. E quell’anima un po’ anglofona non l’ha mai persa.
Negli anni ’80 il Commendator Vincenzo Scarcelli si innamora di questo palazzotto stretto e lungo, letteralmente appoggiato su uno dei punti più scenografici di Firenze. All’epoca a occuparsi degli ospiti c’era un’anziana governante orientale, figura quasi romanzesca. Lui vede in quell’indirizzo un potenziale straordinario, trasformarlo in un piccolo gioiello di ospitalità. In quegli anni Firenze è ancora meta di viaggiatori colti, non di turismo mordi e fuggi. E l’Hermitage prende forma con una vocazione precisa: domestico ma chic, intimo ma spettacolare.
Il lusso qui non è ostentato. È guardare i canottieri scivolare sull’Arno all’alba. È prendere il caffè nella sala con il camino in marmo. È sentirsi tra Piazza della Signoria e il Duomo, ma con la sensazione di avere una Firenze privata, tutta per sé.
Dopo la scomparsa prematura del fondatore è la figlia Alina a raccogliere il testimone. Dal 2006 inizia un rilancio consapevole e creativo. Alina ha gusto, curiosità, un’anima da interior decorator e una visione chiarissima: rispettare la storia, ma darle un nuovo ritmo. E così l’Hermitage si trasforma in un piccolo universo eclettico dove antiques e oggetti trovati convivono con tessuti preziosi, carte da parati scenografiche e lampi di colore.
Palme ovunque. Bambù, rattan, ceramiche orientali. Poltrone vintage, libri d’arte e fotografia. E poi animali, leopardi, scimmiette, elefanti e giraffe. Un’esotica ironia che potrebbe sorprendere, affacciata su Ponte Vecchio. E invece ha perfettamente senso. Firenze, dopotutto, è sempre stata città di collezionisti curiosi, dai Medici in poi, affascinati dall’Oriente e dai Nuovi Mondi. Questo mix non è un vezzo, è una citazione colta, giocosa, affascinante.
Persino l’ascensore è diventato iconico, con la sua tappezzeria firmata Pierre Frey, probabilmente il più fotografato della città. E le camere, tutte diverse, portano avanti questo equilibrio sottile tra comfort e fantasia. Ogni stanza ha una personalità precisa, ma tutte condividono la stessa sensazione: sentirsi ospiti in una dimora vera, non in un luogo anonimo.
L’Hotel Hermitage non è solo un indirizzo. È un carattere. È quella Firenze meno prevedibile, più intima, un po’ british e un po’ esotica. È un posto che non urla, ma seduce. E quando lo scopri, hai quasi voglia di non dirlo a nessuno.








