Ci sono persone che, guardando il cielo, controllano il meteo. Altre cercano l’aereo che dovrà portarle in vacanza, la luna piena o semplicemente un posto all’ombra. E poi ci siamo noi, gli inguaribili cercatori di forme, quelli che nelle nuvole vedono elefanti, cavalli alati, draghi, cuori, profili di regine e, con un po’ di fantasia e molta buona volontà, perfino la faccia di qualcuno che conosciamo.
È un passatempo perfettamente inutile. Ed è proprio per questo che è meraviglioso.
Basta sdraiarsi, sollevare gli occhi e lasciare che il cielo faccia il resto. Una nuvola allungata diventa improvvisamente un levriero elegantissimo. Quella accanto potrebbe essere Atena con tanto di elmo o, a seconda dell’ora e della quantità di prosecco bevuta, una papera. Un’altra ancora sembra avere le sembianze di un cuore, naturalmente nel momento esatto in cui avevamo deciso di non essere romantici.
Il bello è che le nuvole non hanno alcuna intenzione di assomigliare a qualcosa. Siamo noi a volerle dare un volto, una storia, una personalità. È una piccola, innocente forma di follia quotidiana: trasformare il caso in un racconto.
Gli antichi, del resto, non erano poi così diversi. Guardavano il cielo e ci leggevano messaggi, presagi, divinità e creature fantastiche. Noi abbiamo semplicemente ridimensionato le ambizioni: invece di aspettarci la comparsa di Zeus, ci accontentiamo di scorgere un coniglio con le orecchie sproporzionate. Ma il principio è lo stesso. Il cielo resta una grande tela bianca, anzi, azzurra sulla quale la fantasia può fare quello che vuole.
E c’è qualcosa di teneramente infantile nel dire: «Guarda! Quella sembra proprio una giraffa!». Naturalmente l’altra persona non la vede. Si sporge, stringe gli occhi, inclina la testa, magari annuisce per educazione. «Ah, sì… certo». Noi insistiamo: «Ma come, non la vedi? Ha perfino il collo!». E in quel preciso momento la giraffa comincia a dissolversi, perché le nuvole, oltre a essere fantasiose, sono anche terribilmente poco collaborative.
Forse è questo il loro fascino.
Le nuvole cambiano continuamente. Non permettono alle forme di diventare definitive. Un momento c’è un unicorno, trenta secondi dopo è diventato un’isola, poi un baffo gigantesco, poi niente. È un’arte senza museo, senza catalogo e soprattutto senza possibilità di conservazione. Non si può fotografare davvero quello che abbiamo visto, perché la fotografia conserverebbe soltanto una nuvola. La forma vera rimane nella nostra testa.
E così il cielo diventa una specie di test di personalità involontario.
Chi vede animali forse ha un animo più giocoso. Chi trova volti è probabilmente un po’ più romantico. Chi scorge cuori non è necessariamente innamorato: potrebbe semplicemente aver bisogno di una vacanza. Chi invece riconosce immediatamente un drago, una ninfa o una creatura mitologica merita quantomeno il beneficio del dubbio.
Poi ci sono quelli che nelle nuvole vedono persone precise.
«Quella è identica a mia zia.»
Qui la faccenda si fa interessante.
Perché se è vero che cerchiamo forme familiari nel caos, è altrettanto vero che la nostra mente ha una predilezione quasi sfacciata per i volti. Li inventa sulle nuvole, sulle facciate delle case, nelle venature del marmo, nelle macchie sui muri. Li vede persino dove sarebbe decisamente più prudente non vederli.
È il nostro piccolo talento per la pareidolia: un termine molto serio per descrivere una cosa estremamente frivola, cioè la tendenza a riconoscere immagini note in forme casuali.
Ma forse non c’è bisogno di chiamarla in nessun modo.
A volte è sufficiente stare con il naso all’insù.
Senza notifiche. Senza appuntamenti. Senza chiedersi che cosa dobbiamo fare dopo.
Guardare una nuvola e decidere che, per qualche secondo, quella forma informe è un cavallo, una balena, un angelo o un cuore è una delle poche attività completamente gratuite rimaste. Non produce nulla, non serve a nulla e non migliora il curriculum.
E proprio per questo ci fa bene.
Perché ogni tanto abbiamo bisogno di guardare qualcosa che non chiede niente in cambio.
Nemmeno di essere capito.
Solo di somigliare, per un istante, a qualcos’altro.