C’è qualcosa di meravigliosamente umano e un filo comico nel nostro talento naturale per complicarci la vita. Se esistesse uno sport olimpico dedicato, probabilmente vinceremmo l’oro senza neanche allenarci. E in fondo, se ci pensi, Sigmund Freud avrebbe avuto materiale per scrivere almeno altri tre volumi solo osservando le nostre chat WhatsApp non inviate.
Freud, con la sua aria da esploratore dell’inconscio, ci ha insegnato che sotto la superficie ordinata delle nostre giornate si agita un mondo fatto di desideri, paure, ricordi d’infanzia e interpretazioni alquanto creative della realtà. Fin qui tutto bene. Il problema è che noi, invece di usare questa scoperta per capirci meglio, spesso la trasformiamo in un sofisticato labirinto mentale degno di un romanzo russo.
Prendiamo una situazione semplice: qualcuno non risponde a un messaggio. Fine. Dato oggettivo. Ma no, il nostro cervello parte subito per un viaggio intercontinentale: “Starà pensando che sono noioso? Ho detto qualcosa di sbagliato? Forse mi odia. Forse tutti mi odiano. Forse dovrei cambiare continente.”
Freud, probabilmente, annoterebbe qualcosa tipo: “Interessante proiezione dell’ansia di abbandono.”
Noi, invece, siamo già al punto di cercare voli low cost per rifarci una vita altrove.
Il punto è che abbiamo una straordinaria capacità di costruire storie complesse partendo da indizi minuscoli. Siamo sceneggiatori instancabili di drammi che spesso esistono solo nella nostra testa. E più la trama si arricchisce, più ci convinciamo che sia reale, importante, inevitabile. Un piccolo capolavoro di auto-sabotaggio, confezionato con cura artigianale.
Eppure, ogni tanto, magari dopo ore di analisi degna di una seduta psicoanalitica, arriva quel momento di chiarezza improvvisa, quasi imbarazzante nella sua semplicità:
“Forse è solo occupato.”
Sipario.
In quell’istante, tutto il castello mentale crolla con la grazia di un soufflé mal riuscito e rimaniamo lì, un po’ perplessi, un po’ divertiti, a chiederci come abbiamo fatto a complicare così tanto qualcosa di così semplice.
Forse Freud sorriderebbe, accendendo un sigaro immaginario, e direbbe che è inevitabile perché siamo fatti così. Abbiamo bisogno di dare senso, di interpretare, di scavare, ma forse e qui sta il piccolo lusso della leggerezza, possiamo anche imparare a non prenderci sempre così terribilmente sul serio.
Magari la prossima volta che la mente parte per una delle sue epiche maratone interpretative, possiamo fermarci un attimo e chiederci:
“E se fosse tutto molto più semplice?”
Non è una rinuncia alla profondità, sia chiaro. È più un atto di eleganza mentale. Una specie di minimalismo emotivo.
Perché, alla fine, tra un complesso edipico e un messaggio visualizzato alle 21:47, la verità è spesso sorprendentemente banale.
E forse, ironia delle ironie, è proprio questo il segreto più sofisticato di tutti e cioè accettare che non tutto ha bisogno di essere complicato per avere senso.
Freud approverebbe?
Chissà.
Noi, nel dubbio, possiamo almeno provarci. Con stile, naturalmente.